Religious studies e Digital Humanities

Implicazioni e conseguenze dell’utilizzo delle Digital Humanities nell’ambito dei Religious Studies si possono considerare in parte consolidati, mentre si presenta più aperto lo scenario dei riflessi e delle trasformazioni indotte dalla specificità di questi studi sulle stesse impostazioni e possibilità degli strumenti innovativi a disposizione. Una ricognizione sul percorso di consapevolezza che ha accompagnato la loro introduzione evidenzia come le ricerche sulle tematiche legate all’esperienza del sacro abbiano la capacità di influenzare il contesto delle Digital Humanities orientandole verso ulteriori innovazioni, in grado di renderle più inclusive, in grado di recepire diversità e dinamismo nella storia e, in generale, nella nostra cultura.

I temi delle origini

Non è un caso che, fin dall’origine delle applicazioni del calcolo computazionale alla ricerca, le discipline del sacro abbiano dato un apporto significativo e, per molti aspetti, fondante.

A partire dall’uso pionieristico del computer per l’analisi di testi complessi da parte di padre Roberto Busa negli anni Quaranta del secolo scorso, gli studiosi di scienze religiose sono stati fra i primi ad esplorarne le potenzialità per l’esegesi e la critica testuale.

Fu lui a sviluppare le prime tecniche per codificare testi complessi secondo modalità che ne consentissero la scomposizione e ricomposizione a computer, prima di tutto per arrivare a un sistema di concordanze per il corpus delle opere di Tommaso di Aquino, poi per un progetto più ampio di una loro edizione ipertestuale che permettesse livelli multipli di collegamenti e comparazioni.

Negli anni Sessanta e Settanta, appena i computer divennero economicamente più accessibili, gli studiosi di scienze religiose iniziarono a vagliare modalità per sfruttare le loro capacità di archiviazione e di selezione in operazioni di analisi di testi complessi[1].

Così come i filosofi speravano di rendere queste macchine uno strumento ripetitivo ma fondamentale per le applicazioni del calcolo logico, i colleghi impegnati negli studi religiosi puntarono a servirsene per alleggerire il peso e la monotona fatica dei conteggi di occorrenze, di confronti e comparazioni all’interno di una mole considerevole di scritti.

I discendenti di questi progetti precursori si sono moltiplicati sui desktop e laptop degli studiosi negli anni Ottanta, non appena microcomputer e cd rom hanno reso alla portati di tutti le operazioni di scansione, analisi e archiviazione. Per primi hanno proliferato i database sui testi biblici, collezioni di testi, traduzioni e commentari, edizioni dotate di semplici strumenti interattivi (indici, parole chiave, ricerca di occorrenze, possibilità di annotare e di marcare parti di testo). Essi sono diventati in pochissimo tempo utili sia per applicazioni di carattere divulgativo, sia per operazioni scientifiche complesse.

Si va dalla History of the English Bible, orientata in una prospettiva di storia del testo e storia dei suoi destinatari, a risorse più aperte a uno spetttro ampio di utilizzo, come Bible Works[2].

Questo tipo di risorse ha materializzato i  sogni di molti ricercatori delle generazioni passate. BibleWorks, fra i tanti, consente ricerche complesse su testi biblici multipli, traduzioni ed edizioni in ebraico, greco e lingue moderne. Uno studioso può in pochi secondi ottenere risposte e informazioni che prima avrebbero richiesto giornate o settimane di lavoro. Proprio questa straordinaria disponibilità di dati e informazioni ha innescato nell’area umanistica, a partire dalle scienze religiose, la stessa rivoluzione che le tecnologie computazionali hanno indotto nella matematica, nelle scienze naturali e nella logica, sollevando i ricercatori dai compiti e dalle operazioni più ripetitive e meccaniche[3].

Tali nuove tecnologie, inoltre, hanno permesso lo sviluppo di altri database, come per esempio il Diana Eck’s On Common Ground CD-ROM e il relativo sito web che documenta la diversità religiosa negli Stati Uniti, inaugurando una proficua stagione di studi sociologici e di collegamenti fra le scienze religiose e il mondo contemporaneo globalizzato.

In una fase successiva, con l’apertura delle reti internet a un numero sempre più vasto di utenti e con lo sviluppo esponenziale della dimensione social, il rapporto fra dimensione religiosa e tecnologie è andato ridefinendosi.

Mentre le ricerche sul piano storico e scientifico sembrano orientate a utilizzare le risorse web prevalentemente per reperire dati e fonti e per operazioni di disseminazione e divulgazione dei risultati, si presenta quantitativamente più rilevante l’impatto delle tecnologie digitali sulla pratica religiosa, sul proselitismo, sulle relazioni fra singoli e gruppi religiosi, e, più in generale, sull’influenza di aspetti religiosi sull’agire umano nella società.

E’ quindi possibile che – come dimostrato anche con riferimenti quantitativi da Schreibman,  Siemens e Unsworth  - le ricerche di ambito storico religioso e le attività propriamente speculative nate all’interno dei nostri settori di indagine si trovino in questa fase in una posizione meno evidente e, forse, meno attiva sulla scena digitale[4]. Ciò non riduce la portata innovativa delle interazioni critiche, metodologiche ed ermeneutiche fra scienze religiose e strumenti digitali. Anzi, le colloca in un contesto culturale più ampio e complesso, che può dilatarne la portata e le implicazioni, consentendo spazi di riflessione e sedimentazione dei risultati acquisiti sul piano metodologico ed epistemologico, sulla base di primi bilanci.

Religious Studies e Digital Humanities oggi

Oggi – da una parte – è unanime il riconoscimento della proficua utilità di risorse e strumenti digitali per lo sviluppo degli studi cristianistici e religionistici, in un generale incremento esponenziale delle informazioni fruibili on line. Dall’altra, rispetto a fasi pionieristiche, si registra una minore evidenza degli apporti specifici dei nostri studi alle sperimentazioni in atto nell’ambito delle Digital Humanities.

Pertanto, proprio adesso, al centro di una “Humanities Crisis” conclamata sia in Europa che nel contesto occidentale in genere, appare importante focalizzare l’attenzione sul potere di trasformazione delle ricerche storico religiose più che, semplicemente, orientarle verso una ulteriore tecnologicizzazione in base a modelli già codificati.

Tale forza sta sia nei risultati, sia nello specifico del processo di ricerca degli studi storico religiosi e ha il fondamento nel loro stesso oggetto di studio: analizzare l’essere umano nel suo rapporto con il sacro nel tempo implica non solo la capacità di considerare uno spettro amplissimo di situazioni e culture, ma richiede l’apertura alla considerazione di fenomeni complessi, non sempre riconducibili solo al piano storico fenomenologico, necessita di paradigmi interpretativi duttili, diversi e specifici.

Lo stesso rapporto con una dimensione del sacro, implica di per sé uno sforzo ermeneutico complesso e una laboriosa definizione che coinvolge questioni teoretiche, metodologiche, epistemologiche, filosofico-teologico.

Inoltre, il fatto che la storia del Cristianesimo, e gli studi storico religiosi nel loro insieme, abbiano come oggetto processi e dinamiche, che studino le trasformazioni e il cambiamento di fenomeni del tutto peculiari, richiede strumenti altrettanto dinamici e adattabili alla complessità delle fonti, dei contesti e delle prospettive che si vogliono evidenziare.

Lo stesso vale per tutti  i temi storici che ruotano intorno alla relazione, alle relazioni, al mettersi in relazione con il sacro e con gli esseri umani, aspetto fondante e ineludibile degli studi storico religiosi.

Altrettanto ricche di implicazioni sono le dinamiche identitarie, comunitarie e sociali: lo studio delle appartenenze, delle alterità, dei meccanismi di adesione religiosa, dell’entrare o uscire da un gruppo religioso. Anch’esse non possono essere studiati applicando metodi e utilizzando metodi propri della ricerca storica tout court: la stessa elaborazione di metodologie specifiche rappresenta una sfida di carattere epistemologico che può coinvolgere non solo le discipline storiche, ma, appunto, il contesto delle Digital Humanities, della statistica applicata, del calcolo computazionale, del calcolo logico, nella loro impostazione strutturale.

Si potrebbe continuare con il rapporto fra gruppi religiosi e spazio, comunità religiose e regole e statuti, gruppi religiosi e gruppi politici, cultura e inculturazione e del Cristianesimo….

E’ significativo, a questo proposito, rilevare come la International Association for History of Religions assegni grande importanza alle Digital Humanities , riservando al dibattito su nodi critici e tecnologie spazi specifici di discussione e di confronto sulle sperimentazioni in atto. Anche la formula del That Camp vi ha trovato significativamente cittadinanza, creando un margine di sperimentazione ed elaborazione di ipotesi progettuali libero e relazionato con il divenire delle questioni che emergono nella società contemporanea[5].

Generalmente considerate come opportunità, le Digital Humanities rappresentano emblematicamente un terreno di sfida per la definizione stessa dell’oggetto della disciplina e per le sue prospettive ermeneutiche.

Tant’è che il dibattito e le sperimentazioni sull’utilizzo delle nuove tecnologie va di  pari passo con la discussione sull’ambito di indagine delle discipline stesse.

Lo stesso vale per la storia del Cristianesimo e per l’individuazione del suo specifico rispetto alla storia evenemenziale e istituzionale, alla storia delle religioni e ad altri ambiti disciplinari[6]. Appare interessante, a questo proposito il confronto che si è aperto intorno alla difficoltà di rendere il termine “History of Religions” in Giappone[7].

Il dibattito intorno alla definizione di storia delle religioni, con le sue contrapposizioni e contraddizioni, catalizza orientamenti filosofici e movimenti in atto nel mondo accademico, così come nella società tutta.

Ecco allora che, a fronte di queste aperture a nuove prospettive e a fronte del ricorso massiccio agli strumenti digitali nella pratica quotidiana della ricerca, emerge da più parti la consapevolezza dei limiti, talvolta, dell’inadeguatezza dei mezzi rispetto alla complessità dell’oggetto di ricerca e, altrettanto,rispetto alla problematicità dei risultati e della loro divulgazione nel contesto contemporaneo, così variamente e intensamente sensibile alle tematiche religiose.

L’impatto di queste nuove risorse e abilità sulla qualità e quantità della ricerca resta una dimensione in divenire. In particolare, ad oggi, si riscontra che gli studi storico religiosi utilizzano solo le potenzialità più basiche delle nuove tecnologie e del web e che queste applicazioni per molti aspetti vanno a sovrapporsi al corpus plurisecolare della storiografia esistente.

Le potenzialità e l’impatto delle tecnologie computazionali utilizzate dagli studiosi di storia delle religioni e dalle comunità religiose stesse ha interessato il web con straordinaria energia, tanto che si è parlato di colonizzazione religiosa del cyber spazio[8], che, a partire dagli Stati Uniti, ha avuto come protagonisti gruppi e comunità marginali (per esempio Wiccan, Neopagani, seguaci della New Age) e poi, gradualmente e più lentamente, realtà rappresentative delle grandi tradizioni religiose mondiali[9].

Questo entusiasmo, alimentato dal contesto culturale del post modernismo, ha trovato in teorici come Jay David e George Landow una teorizzazione di base, fondata sulle potenzialità euristiche dell’ipertesto e delle tecniche ipertestuali. Come il postmodernismo ha trovato un proprio accesso al contesto religioso, soprattutto grazie all’approccio degli Evangelici e dei Pentecostali che vi hanno visto un’occasione per superare il razionalismo moderno, nella sensibilità culturale generale l’esperienza emotiva, percezioni e appartenenze hanno acquisito legittimazione epistemologica.

Da allora si sono moltiplicate anche le analisi sulle relazioni fra i media e le religioni, che oscillano fra due poli: da una parte, la celebrazione delle potenzialità liberatorie e rivoluzionarie dei new media[10] e, dall’altra, le dimostrazioni di come i gruppi religiosi tradizionali e le comunità strutturate abbiamo orientato e conformato ai propri paradigmi lo sviluppo e l’uso delle nuove tecnologie[11].

Al contempo, istituzioni e realtà orientate al dialogo interreligioso ed ecumenico vedono nel web e nella disponibilità di risorse di conoscenza on line un’opportunità di confronto e avvicinamento fra mondi prima completamente estranei, in un nuovo contesto di pluralismo interattivo.

In generale, tuttavia, l’attuale pletora di siti e database di carattere religioso, insieme con le modalità di utilizzo degli strumenti digitali, pur dando spazio a minoranze e a gruppi numericamente poco consistenti, sembra ricalcare nel web la situazione e gli equilibri delle comunità reali, consolidando comportamenti, prassi e linee teologiche.

La dimensione tecnologica è infatti talmente pervasiva sia nell’attività degli studiosi, sia in quella dei gruppi religiosi, che la si considera “naturale” e risulta difficile prenderne le distanze in modo critico per evidenziare limiti, distorsioni e modalità alternative di utilizzo. L’habitat digitale in cui ci troviamo immersi ci fa percepire l’esistenza di un unicum post moderno aperto ad ulteriori trasformazioni e possibilità. Al contempo, rischia di non far rilevare l’entità dei temi, delle nozioni e delle informazioni che non sono passate nell’ambito digitale che rischiano di essere escluse dal dibattito culturale.

Ecco, quindi, che il dibattito e la considerazione critica sull’impatto delle Digital Humanities sulle scienze religiose non può non avere implicazioni epistemologiche: si pone, anzi, come humus propizio per affrontare grandi temi interdisciplinari e per contribuire alla definizione di un nuovo umanesimo.

In questa prospettiva, a  titolo di esempio, l’impatto delle tecnologie digitali sulle dinamiche e le relazioni intorno agli studi sull’Islam e a quelli sul Medio Oriente è considerato significativo sul piano sociale e culturale, con rilevanti implicazioni geopolitiche, tanto da diventare esso stesso oggetto di indagine come fenomeno contemporaneo a forte connotazione religiosa[12].

Strumenti e metodologie: influenze reciproche

Le interazioni fra Digital Humanities e studi storico religiosi si presentano multiple e polidirezionali, fino a prospettare la formazione di strumenti metodologici e categorie interpretative specifici, plasmati nell’uso e in via di progressiva chiarificazione, grazie proprio all’interattività che contraddistingue questyi sttumenti e il milieu che intorno ad essi si è creato.

Negli Stati Uniti, Religious Studies News, news letter ufficiale della American Academy of Religion, sta diventando uno strumento di confronto e di aggiornamento su questi sviluppi[13], insieme con il Network for New Media, Religion and Digital Culture[14], una vera e propria piattaforma tematica open re source per la condivisione di risultati, risorse, scambi e dibattiti: gli utenti possono creare un loro profilo e interagire con la comunità scientifica su temi di ricerca e questioni di impatto attuale sulla società.

Entrambi sono considerati realtà di punta non solo per la disseminazione di dati, informazioni e contatti, ma soprattutto nella elaborazione di standard che garantiscano scientificità e portabilità ai progetti di ricerca nell’ambito degli studi religiosi.

Su un piano più strumentale ma non privo di implicazioni metodologiche, le ormai numerosissime e ingenti operazioni di digitalizzazione di fonti, manoscritti, collane e raccolte bibliografiche, insieme con le operazioni di schedatura e georeferenziazione di siti archeologici e collezioni di manufatti, hanno radicalmente cambiato le condizioni della ricerca, mettendo a disposizione dati e informazioni di reperibilità immediata e consentendo l’interazione multimediale di narrazioni di tipo diverso.

Risorse on line, traduzioni, edizioni riducono sensibilmente i tempi e il carico di fatica legati all’individuazione dei dati e alla loro acquisizione.

Non si può non rilevare che la rapida evoluzione di queste disponibilità è stata marcata da iniziative maturate nel contesto degli studi di carattere religioso.

Digitalizzazioni dei testi biblici, siano essi manoscritti su pergamena o papiro, traduzioni antiche, edizioni confessionali hanno contraddistinto l’evoluzione degli studi su Ebraismo e Cristianesimo, così come le discipline della paleografica, della critica testuale, della linguistica, tanto che, all’interno di ciascuna di esse, oggi  sono diventate ineludibili la riflessione sulla dimensione digitale della ricerca e la presa d’atto delle “rivoluzioni” compiute[15].

Più in generale l’emergere stesso di queste nuove tecnologie, specialmente se interpretato alla luce del post modernismo, viene visto come nascita di una “secondary orality of electronic culture”[16] .

Dal canto suo la American Bible Society ha intrapreso un’ambiziosa serie di progetti per “trasmediare” importanti narrazioni cristiane, per mezzo di “traduzioni” basate su approcci di ricerca in ambienti multimediali resi possibili dalle nuove tecnologie, sintetizzando musiche, archiviando immagini, collegando elementi diversi in operazioni di story telling. Modalità interattive possono risultare più attrattive soprattutto rispetto ai giovani[17].

Benchè lo studio della Bibbia sia stato centrale per I primi sforzi nello sviluppo di applicazioni del calcolo computazionale per gli studi religiosi, oggi gli studi biblici e quelli storico religiosi possono apparire secondari nel contesto ampio delle Digital Humanities, sempre più viste come spazio di innovazione e trasformazione delle Humanities. Che cosa implica questa posizione apparentemente defilata? Come possono le esperienze maturate in questi campi influenzare e dare forma alle tecniche digitali migliorandole? Proprio questa fase, forse meno entusiastica e più aperta alle riflessioni, può fare del sistema di integrazioni fra studi religiosi e applicazioni informatiche un luogo eminente di riflessione critica e l’avvio di nuove consapevoli sperimentazioni, più inclusive, duttili e recettive rispetto alla complessità[18].

La stessa strutturazione, archiviazione e pubblicazione di risorse on line implica, infatti, riflessioni e questioni critiche sul ruolo e l’importanza degli studi religiosi.

Nelle digitalizzazioni complete di grandi biblioteche, il modo in cui fonti e storiografia religiose sono enucleate specificamente dimostra la consapevolezza della centralità di questi studi e, indirettamente, può orientare o favorire lo sviluppo delle ricerche, anche in chiave interdisciplinare.

E’ il caso, per esempio, delle collezioni della University of Cambridge, nelle quali il nucleo dei testi di carattere religioso può essere considerato uno snodo tematico centrale non solo per le ricerche specifiche ma anche per altri percorsi di indagine[19].

Lo stesso avviene per gli archivi on line. Fra questi, è significativa l’esperienza di ARDA-Association of Religion Data Archives, che negli Stati Uniti si pone l’obiettivo di “democratizzare” l’accesso alle informazioni e agli studi di carattere religioso e raccoglie on line in forma libera archivi di diverse istituzioni, nonchè studi, reports, mappe interattive e storiografia di ricercatori associati[20].

Altre operazioni, come quella della Biblioteca Apostolica Vaticana[21] e quella della Biblioteca Ambrosiana di Milano[22], implicano una forte interdisciplinarietà e la capacità di fare interagire database diversi dedicati a fonti di carattere diverso (paleografiche, iconografiche, provenienti da contesti culturali e tradizioni religiose diversificate).

Il Database for Religious History è un’unciclopedia di storia religiosa e culturale basata su criteri qualitativi e quantitativi, un luogo per l’archiviazione, la sistematizzazione e la diffusione libera di dati su gruppi, teadizioni religiose, sistemi teologici. Contemporaneamente, è un  network fra studiosi di tematiche e discipline diverse che condividono riflessioni di carattere metodologico ed epistemologico. E’ concepito anche per supportare applicazioni multimediali di carattere didattico e divulgativo. Introduce variabili cronologiche e spaziali, permettendo, così, di analizzare i fenomeni religiosi in prospettiva diacronica e sincronica, introducendo anche parametri comparativi e analisi territoriali per grandi bacini[23].

In contesti fortemente interdisciplinari, come quello della sociologia delle religioni, le applicazioni digitali e computazionali hanno dato vita a sperimentazioni innovative sul piano dell’evoluzione della disciplina e all’introduzione di paradigmi interpretativi innovativi, a partire, per esempio, dai modelli epidemiologici, che vanno oltre la mera quantificazione di appartenenze ed elementi identitari per fare spazio a rilevazioni sulle interazioni fra contesti religiosi e culturali diversi. Si arriva così a parlare di “metodologie digitali” all’interno di un’area disciplinare specifica[24].

Studi storico religiosi e innovazione

Se analizziamo le grandi operazioni di digitalizzazione attuate da istituzioni culturali, possiamo evidenziare come risorse elettroniche, biblioteche, mappature, virtual tour e archivi on line mettano a disposizione degli studiosi di scienze religiose e di studi storico religiosi un patrimonio di conoscenze vastissimo, ma al contempo ci rendiamo conto che le nostre ricerche non sono pienamente riconducibili alla logica, alle strutture, all’impostazione degli strumenti a disposizione. Richiedono altro, rinviano ad altro.

In questo sta il potere di trasformazione delle nostre discipline, nella loro complessità e nella dinamicità intrinseca del processo di conoscenza che le costituisce.

In più, esse si presentano sempre connotate da una dimensione interdisciplinare, che si intreccia con l’uso delle fonti, delle modalità di archiviazione dei dati, di comunicazione e – in generale – con le metodologie.

Necessitano e inducono collaborazioni interistituzionali, relazioni di conoscenza, partnership su più livelli.

I risultati delle ricerche sono aperti alla consultazione di un largo pubblico che le volge ai propri interessi di carattere religioso: sono quindi permeabili alle interazioni con la società contemporanea (in modo del tutto peculiare rispetto ai risultati di altre discipline).

Al contempo, esse interagiscono con il più ampio contesto delle Humanities, che vanno sempre più configurandosi definendosi come un ecosistema intensamente condiviso e vitale di narrazioni tramandate, rivisitate, riscritte[25].

Occuparsi, quindi, delle implicazioni digitali delle discipline storico religiose significa aprire più problematiche e altrettanto numerose prospettive di innovazione.

Fra queste, due nodi critici in particolare si presentano oggi come forieri di ulteriori sviluppi, in relazione con le altre questioni critiche ed ermeneutiche legate alle digitalizzazioni.

Il primo riguarda la molteplicità di situazioni ibride e mutevoli che si delineano nella ricerca intorno al sacro. Esse rischiano di non essere sufficientemente e completamente considerate e classificate a fronte di schemi, standard e database concepiti per classificare e mettere in relazione fenomeni e realtà rigidi, codificati, canonici, ortodossi.

Si pone, in altre parole, la necessità di creare spazi per le eresie, le posizioni critiche e il cambiamento, ricorrendo a paradigmi interpretativi e strumenti tecnici nuovi e specifici. L’indagine di queste specificità non può che richiedere la progettazione di strumenti digitali adeguati, che poi potranno essere utilizzati in altri contesti: l’apertura di spazi per ciò che non è canonico, né ortodosso, né statico implica lo studio di modalità duttili e polivalenti, in un terreno in cui innovazione e nuova conoscenza si uniscono.

L’altro aspetto chiave per gli studi storico religiose è l’utilizzo di fonti non scritte: fonti orali, fonti litugiche, fonti iconografiche, sovrapponendosi all’oralità del web e alla multiforme e interattiva narrazione che se ne nutre e fluisce recependo continue trasformazioni. In questo habitat gli aspetti performativi del fenomeno religioso hanno trovato diverse collocazioni, senza che tuttavia si sia ancora arrivati a una loro sistematizzazione critica e metodologica.

Così è per l’uso dei podcast e per le loro applicazioni in ambito etnografico, liturgico, sperimentale, anche in relazione con forme di sincretismo, di pluralismi, di contaminazioni. Si apre, di conseguenza, la questione dell’uso di strumenti multimediali non solo per la narrazione e la divulgazione dei risultati della ricerca, ma per la stessa ricognizione e analisi dei fenomeni, per il riconoscimento delle fonti stesse.

Allora si dovranno creare nuovi strumenti per utilizzare fonti multimediali, per archiviarle e per generare nuove narrazioni. La fissazione di standard criticamente condivisi dalla comunità scientifica appare come un altro passaggio chiave per un pieno utilizzo di queste modalità e per la condivisione delle loro applicazioni.

Per questo l’approccio alle Digital Humanities non può che porsi in modo critico, a partire da un’interazione profonda fra studiosi delle singole discipline e progettisti degli strumenti digitali nell’elaborazione di strumenti in grado di razionalizzare, esprimere e comunicare la ricchezza e la dinamicità del nostro oggetto

di studio.

 

[1] D. Harbin. Fiat Lux: The Electronic Word. In Formatting the Word of God (Exhibition catalogue, Bridwell Library, Dallas, Texas), Dallas 1998.

[2] K. Beam, T. Gagos, (eds.). The Evolution of the English Bible: From Papyri to King James, CD-ROM. Ann Arbor (University of Michigan Press) 1997.

[3] C. Hardmeier,. Was ist Computerphilologie? Theorie, Anwendungsfelder und Methoden – eine Skizze [What is computer philology? A sketch of theories, fields of application, and methods], in C. Hardmeier, W.-D. Syring (eds.), Ad Fontes! Quellen erfassen – lesen – deuten. Was ist Computerphilologie? Ansatzpunkte und Methodologie – Instrumente und Praxis [To the fonts! Understanding - reading - pointing to sources. What is computer philology? Beginning points and methodologies - instruments and praxis], Amsterdam (UVA University Press) 2000, pp. 9–31.

[4]A Companion to Digital Humanities, eds. S. Schreibman, R. Siemens, J. Unsworth. Oxford (Blackwell) 2004 (http://www.digitalhumanities.org/companion/).

 

[5] Si veda, a titolo di esempio, una di queste esperienze: http://www.religiousstudiesproject.com/podcast/thatcamp-roundtable-on-digital-religious-studies/

[6] Si veda, a titolo di esempio, il confronto presieduto da Knut Melvær, A Conceptual History of Spirituality: Emerging Methodologies and Theoretical Implications for the Study of Religion\s, tenutosi al XXI congresso internazionale a Erfurt nel 2015 (http://www.iahr2015.org/iahr/2404.html).

[7] T. Jensen, A. Geerz (eds), NVMEN, The Academic Study of Religion and the IHAR: Past, Present and Prospects, London (Brill) 2015, p. 337.

[8] C. Ess,“Revolution? What Revolution?” Successes and Limits of Computing Technologies in Philosophy and Religion, in A Companion to Digital Humanities, eds. S. Schreibman, R. Siemens, J. Unsworth. Oxford (Blackwell) 2004 (http://www.digitalhumanities.org/companion/).

[9] S. D. O’Leary, B. E. Brasher. The Unknown God of the Internet, in C. Ess (ed.), Philosophical Perspectives on Computer-mediated Communication (pp. 233–69). Albany, NY (State University of New York Press) 1996, pp. 223-269.

[10] A. Careaga, eMinistry: Connecting with the Net Generation, Grand Rapids (MI: Kregel) 2001.

[11]  E. Davis,. Techgnosis: Myth, Magic + Mysticism in the Age of Information. New York (Three Rivers Press) 1998; C. Ess, (2001). The Word Online? Text and Image, Authority and Spirituality in the Age of the Internet. Mots Pluriels 9 (October). 2001 http://www.arts.uwa.edu.au/MotsPluriels/MP1901ce.html); Id., Critical Thinking and the Bible in the Age of New Media. Lanham, MD (University Press of America) 2004; L. Floridi (ed.),. The Blackwell Guide to the Philosophy of Computing and Information. Oxford (Blackwell) 2003.

[12] Si veda la monografia E. Muhanna, The Digital Humanities and Islamic & Middle East Studies, Berlin 2016, che si colloca all’interno di un più ampio progetto di digitalizzazioni, di comunicazione e di analisi critica delle fonti all’interno del mondo islamico https://islamichumanities.org/

[13] http://rsn.aarweb.org/articles/digital-futures-religious-studies

[14] http://digitalreligion.tamu.edu/

[15] Una disamina interdisciplinare è raccolta in C. Clivaz, A. Gregory, D. Hamidovic (edd.), Digital Humanities in Biblical, Early Jewish and Early Christian Studies, Leiden 2014.

[16] Si veda l’impostazione di una delle prime riflessioni critiche sul tema: W. J. Ong, Orality and Literacy: The Technologizing of the Word. London (Routledge).1988.

[17] American Bible Society, A Father and Two Sons: Luke 15.11–32, CD-ROM. New York (American Bible Society) 1995.

[18] Caroline T. Schroeder, The Digital Humanities as Cultural Capital. Implications for Biblical and Religious studies, in  Journal of Religion, Media and Digital Culture, vol. 5 n. 1, 2016 (https://www.jrmdc.com/journal/article/view/84).

[19]http://cudl.lib.cam.ac.uk/collections/christian

[20]http://www.thearda.com/about/

[21] https://www.vatlib.it/home.php?pag=cataloghi_online

[22] http://www.ambrosiana.eu/cms/biblioteca_liv2/11-il-catalogo.html

[23]http://religiondatabase.org/about/media/

 

[24] S. Cheruvallil-Contractor, Suha Shakkour (edd.), Digital Methodologies in the Sociology of Religion, London 2015.

[25] J. Stommel, The Digital Humanities is About Breaking Stuff, in Hybrid Pedagogy, on line 2013; cfr. www.hybridpedagogy.com/journal/the-digital-humanities-is-about-breaking-stuff/ [consultata il 16 settembre 2017].

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