Perchè pochi martiri degli islamici sono santi?

Perchè sono così pochi i cristiani uccisi dai musulmani venerati come santi martiri? Tra VII e VIII secolo, tra l’Arabia, la Mesopotamia, l’Africa settentrionale, la penisola iberica l’islamizzazione è stata fenomeno imponente che ha interessato milioni di persone, aree urbane e rurali, intere società. Sappiamo che non fu incruento, la violenza fu usata sistematicamente, sia in battaglia sia come mezzo di pressione. Sappiamo anche che fu irreversibile: l’apostasia dell’Islam e la conversione (o il ritorno) al Cristianesimo erano punite con la morte, così come la blasfemia. A fronte di tutto questo, sono relativamente rari i cristiani uccisi perchè rimasti fedeli al Vangelo che nell’Alto Medioevo sono diventati oggetto di culto, inseriti nei martirologi greci, latini, armeni, siriaci, copti, africani. Quelle di Antonio Ruwah o Abo di Tblisi sono vicende emblematiche, ma restano quasi eccezioni sul piano della santità canonica.

Perché solo alcuni cristiani uccisi in odio della fede nella fase della prima islamizzazione hanno dato origine a devozioni e sono stati canonizzati? Che ne è stato della memoria degli altri? Si possono ipotizzare alcune spiegazioni di tipo psicologico e di tipo ecclesiale, che aprono altrettante prospettive di ricerca storica su base documentaria.

La prima: la memoria di questi martiri è andata perduta o è stata cancellata perchè si è estinta la comunità cristiana a cui appartenevano: non ci sono stati testimoni oppure non c’è stato chi ha ricevuto la testimonianza, l’ha tramandata e l’ha trasformata in culto. Si possono aggiungere motivazioni più profonde, come la paura, il timore di raccontare, il pudore del dolore, il pudore della sconfitta subita. Le comunità cristiane superstiti sono state private di una parte della loro memoria per imposizioni e divieti esterni oppure hanno esse stesse rimosso questa parte della loro storia?

E’ significativo che esse celebrassero i martiri, ma quelli del passato (uccisi durante le persecuzioni pagane romane e sasanidi), alludendo in generale a tribolazioni e angherie. Hanno esse stesse rinunciato a testimoniare eventi contemporanei (o vicini nel tempo), rinunciando a proporre i martiri come esempio e modello da seguire, per evitare altre persecuzioni e per permettere una forma di sopravvivenza della comunità nel tempo? Le deliberazioni del “concilio” di Cordova dell’852 tese a evitare manifestazioni pubbliche di condanna dell’Islam e a vietare la provocazione del martirio farebbe propendere per una risposta positiva. Al contempo, il fatto che fra i martiri di Cordova (inclusi nel Martirologio romano) quelli identificati siano 51 dà un indicatore numerico importante sull’entità del fenomeno.

Quando e a quali condizioni, dunque, il sangue dei martiri può diventare seme per nuovi cristiani? Per cercare di capire se e come lo sia stato durante la prima fase dell’islamizzazione, occorre riflettere non solo sui meccanismi comportamentali e psicologici locali, ma anche sugli atteggiamenti ecclesiali che hanno determinato scelte celebrative e cultuali. Quanto hanno influito le decisioni generali delle Chiese di appartenenza e i loro orientamenti di opportunità?

Su un piano più alto, a quale idea del martirio e a quale idea di presenza dei cristiani nella società corrisponde l’esito di non celebrare questi martiri? Nelle comunità che si ritrovavano in minoranza nei domini musulmani si radica l’equazione fra l’Islam e il “mondo”, il regno dell’Anticristo: il Cristianesimo vince oltre la storia, non nel presente. Ne deriva che il cristiano accetta con pazienza una situazione di subordinazione e di prova, sperando nella ricompensa celeste. Ne deriva anche una svalutazione complessiva della società (che è altra rispetto al Cristianesimo), insieme con la convinzione dell’impossibilità di interagire con la società per arrivare a modificarla. Si sarebbe così verificata una sorta di forzata rinuncia a celebrare i martiri e, insieme, a cambiare i loro carnefici.

Resta tutto da stabilire come e fino a che punto le Chiese nei territori dell’impero bizantino e quelle dell’Europa occidentale siano state consapevoli di queste dinamiche e vi abbiano interagito, fino all’XI secolo, quando si aprirà una stagione diversa.

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