Martiri di Cordova: identità e libertà

I Martiri di Cordova sono almeno quarantotto cristiani messi a morte dai musulmani nel IX secolo con l’accusa di blasfemia dopo essersi volontariamente autodenunciati e dopo avere proclamato i capisaldi della teologia cristiana davanti alle autorità della città.

La testimonianza di Eulogio, anch’egli poi decapitato, autore di testi che raccontano le passiones di chi lo aveva preceduto, mette in evidenza che le condanne capitali per blasfemia e per apostasia erano previste dalle leggi ed erano tutt’altro che eccezionali. Lo confermano le fonti arabe. Lo stesso cadì che aveva raccolto l’autodenuncia del primo condannato del gruppo, Isacco, si mostrò stupore nimio turbatus, non si meravigliò di niente.

La novità è, piuttosto, la scelta volontaria di manifestare la loro differenza teologica, l’atto pubblico di affermare il proprio credo più profondo, mettendo in discussione la religione dei dominatori, giudicando ciò che loro consideravano immutabile e intoccabile. La decisione libera assume, così, la dimensione della sfida, diventa contestazione delle leggi e scardinamento dell’equilibrio raggiunto fra dominatori e dominati, fra una comunità musulmana e una comunità cristiana che da secoli convivono grazie a una rete di accordi, connivenze, rinunce, subordinazioni subite e accettate.

Proprio per questo la sequenza delle azioni di autodenuncia, susseguitesi per più di un decennio, finì per preoccupare lo stesso emiro Abd ar-Rahmân II e va forse inquadrata in un contesto di agitazioni o, almeno, di una ribellione di parte della popolazione cristiana.

Fu lui a sollecitare la convocazione di un sinodo dei vescovi spagnoli che, nell’852, bollò Eusebio e gli altri condannati a morte come suicidi. L’esito di quell’assemblea non fu mai riconosciuto dalla Chiesa di Roma, ma è storicamente rilevante per analizzare i rapporti fra dominatori islamici e minoranza cristiana.

Affrontò questioni chiave di teologia morale e proprio sulla base di principi teologici fu poi rigettato dai Papi. Provocare il martirio è testimonianza o suicidio?

Al centro è la dimensione della libertà individuale, intesa come condizione propria dell’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio e elevato alla dignità di figlio grazie a Gesù Cristo. Essa è la condizione esistenziale indispensabile per vivere il Vangelo, la proclamazione della fede e la sua condivisione con gli altri attraverso l’annuncio e l’amministrazione dei sacramenti.

Nel Cristianesimo il martire è il testimone della fede disposto a dare la vita, fino all’effusione del sangue. Non può usare alcuna forma di violenza, ma si offre come supremo sacrificio.

Autodenunciarsi come cristiani affermando la propria diversità rispetto ai fedeli di altre religioni e motivando perchè altri dei e altri profeti vengono, invece, rifiutati non può essere considerato suicidio, anche quando può suscitare reazioni violente o fare scattare sanzioni previste dagli ordinamenti giuridici. Non si tratta del semplice esercizio di una generica libertà di espressione (concetto peraltro estraneo alla mentalità medievale), bensì della manifestazione della libertas che è costitutiva dell’essere cristiano e che permette all’essere umano di raggiungere il fine per cui è stato creato. La morte incontrata in questo modo è martirio e testimonianza perchè rivela la profondità di adesione a Cristo e alla Verità.

Nel caso dei “Martiri di Cordova” i supplizi e le esecuzioni capitali mettevano in evidenza che un intero sistema di limiti e vincoli di sottomissione imposti ai cristiani era inaccettabile perchè impediva loro di essere tali in modo autentico, inficiava il dono della fede e pregiudicava la possibilità dell’annuncio.

Inoltre, dimostravano che la paura di incorrere nel reato di blasfemia impediva la testimonianza stessa del Vangelo, che non può essere dimezzato, ma deve essere proclamato nella sua interezza. Se la teologia cristiana è percepita come bestemmia e la sua affermazione è messa a tacere con la morte, il cristiano non ha altra scelta che la testimonianza di sangue, l’offerta della propria vita come pegno di verità. Viceversa, vivere in questa vita ma non potere esplicitare la completezza del messaggio evangelico non è un modo pieno di essere cristiani.

Diversa ancora è la situazione di chi è nato nella religione islamica (e, in un sistema basato sulla sharia, è considerato musulmano dal punto di vista legale). Se si converte al Cristianesimo, dai maomettani è considerato apostata e pertanto passibile di morte. Lo stesso vale per i cristiani che passano all’Islam sotto la pressione di persecuzioni e poi, in situazioni più tranquille, ritornano alla loro fede in Gesù. Per loro, lo stesso dichiararsi cristiani implica il rischio della vita. Anche in questi casi, dal punto di vista cristiano, la proclamazione della propria adesione al Vangelo non può in alcun modo essere considerata suicidio. L’esecuzione della condanna a morte (o l’omicidio, perpetrato in famiglia o da chiunque) si configura come vero e proprio martirio, poichè avviene in odium fidei.

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