Giovanni Paolo II e l’Islam

Lo sviluppo del pensiero magisteriale di Giovanni Paolo II sull’Islam si legge nei testi ufficiali in relazione con due temi: riconoscimento delle differenze e libertà religiosa. Occasioni, eventi, messaggi e incontri con i musulmani scandiscono tutto l’arco temporale del pontificato, marcando anche una progressiva presa di coscienza delle situazioni e dei contesti.

Il quadro di riferimento è tracciato dalla dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II. L’esortazione post sinodale Ecclesia in Europa (2003) esprime la visione più compiuta delle responsabilità di episcopati, clero e fedeli rispetto alle presenze islamiche e al fenomeno delle migrazioni. La questione è strettamente legata a tutte le dimensioni del cristianesimo del Vecchio Continente e va esaminata come parte di un tutto, come elemento che evidenzia una condizione generale e una prospettiva da seguire.

La necessità di riconoscere differenze teologiche, antropologiche e culturali sulla base di un principio di lealtà reciproca emergeva già nel Discorso ai giovani musulmani pronunciato a Casablanca in Marocco il 19 agosto 1985.

L’affermazione di un principio di verità, come base irrinunciabile per il dialogo, è stata espressa nel discorso nel palazzo presidenziale di Cartagine, il 14 aprile 1996, durante il viaggio in Tunisia. Lo stesso tema è ben presente anche nelle parole pronunciate il 6 maggio 2001 durante la visita alla moschea Omayyade di Damasco, la prima compiuta da un Papa nella storia della Chiesa.

Che la verità si riassuma in Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio, è manifestato con chiarezza nell’esortazione apostolica «Una speranza nuova per il Libano» (10 maggio 1997). Le differenze rispetto all’Islam si manifestano e devono essere chiarite proprio rispetto a questa centralità.

Un’idea generale di libertà religiosa come tratto delle società contemporanee e, di conseguenza, l’esigenza di una reciprocità di atteggiamenti e di comportamenti, si delineano nel messaggio rivolto ai musulmani per la fine del Ramadan nel 1991, così come nel messaggio in occasione dell’apertura della moschea di Roma pronunciato al termine dell’udienza generale del 21 giugno 1995.Considerazioni più ampie sulle radicali differenze fra Cristianesimo e Islam, così come sulla necessità di affrontare dialoghi e scambi a partire da una presa di coscienza documentata e piena sono contenute in “Varcare le soglie della speranza”, libro intervista pubblicato nel 1994 sia in versione cartacea sia in un adattamento multimediale ufficiale.

Vi si legge, fra gli altri passaggi: «Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s´è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti, e poi in modo definitivo nel Nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. […] È completamente assente il dramma della redenzione. Non soltanto la teologia ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana». Si tratta di un testo autorizzato che rientra nella chiarificazione del contesto del magistero.

Riconducibili invece alla straordinaria portata mediatica di questo Papa sono due “casi” che hanno goduto di grande fortuna sui social: il bacio del Corano e la “profezia” sull’islamizzazione dell’Europa. Il primo, originato da Fides e rilanciato da siti sedevacantisti, sarebbe frutto della testimonianza del patriarca caldeo cattolico Raphael I Bidawid presente all’incontro con la delegazione irachena  interreligiosa tenutosi nel maggio 1999. E’ oggetto di diatribe che cercano di dimostrare che sia una fake news. Il secondo corrisponderebbe a una confidenza raccolta da monsignor Mauro Longhi nel 1993, poi raccontata da lui durante un incontro pubblico tenuto a Bienno il 22 ottobre 2017, insieme con una serie di aneddoti presentati per ricordare il Pontefice, dodici anni dopo la sua scomparsa.

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