Alboino, quale leader per i Longobardi

Anticipazione da “Medioevo”, febbraio 2016

© Renata Salvarani

Nel mezzo della mischia, al culmine della battaglia, quando i colpi, il fango e le urla ancora non lasciavano capire chi avrebbe avuto la meglio, due giovani, si affrontarono, a cavallo, fendente su fendente: uno sbalzò l’altro a terra con la spada, gli girò e rigirò intorno  e lo trafisse, dall’alto, lasciandolo, infine, immobile sull’erba di Asfeld, un campo nelle pianure ungheresi, in un mattino di un anno imprecisato alla metà del sesto secolo dell’Era Cristiana.

Erano Alboino, figlio di Audoin, re dei Longobardi, e Turismondo, figlio di Turisindio, capo dei Gepidi, che avevano voluto la guerra. Quella morte, fra tante, li atterrì. Si diedero alla fuga, inseguiti dai Longobardi, che li sbaragliarono con accanimento, ammazzandone quanti più potevano e tornando poi a prendere le armi e ciò che portavano addosso.

Quando tutto fu finito e calarono le tenebre, i vincitori prepararono un grande banchetto e i guerrieri vollero che il figlio del sovrano avesse l’onore di sedergli accanto, perché a lui dovevano il trionfo. Ma Audoin non lo permise: “Voi sapete che non è tradizione che il figlio del re mangi col padre se prima non ha ricevuto le armi dalle mani di un re straniero”. Alboino allora, prendendo con sé solo quaranta uomini, andò dal re dei Gepidi Turisindio e gli espose apertamente il motivo della sua venuta e la sua richiesta. Il capo sconfitto lo ascoltò. Non rispose subito: invitò lui e gli altri a tavola, insieme con i combattenti supersiti del suo popolo. Non solo. Lo fece stare sullo scranno che era del figlio morto. Però, mentre il cibo veniva servito, non poté fare a meno di sospirare: “Mi è caro questo posto, ma la vista della persona che vi sta seduta è quanto di più amaro possa sentire”. Gli sguardi erano pesanti, carichi d’odio e di umiliazione, le parole e le mani a stento trattenute. Bastò poco, un insulto ai Longobardi, un’allusione di disprezzo per il ragazzo ucciso, perché i commensali sguainassero le spade. Turisindio, allora, con un balzo, si alzò e si mise in mezzo, minacciando di punire chi dei suoi si fosse mosso per primo. Placata la lite, ripresero il convito. Dopo che tutti si furono saziati, il vecchio re prese le armi di suo figlio Turismondo e le consegnò ad Alboino, rimandandolo in pace da suo padre.

Tornato là, in mezzo ai suoi, raccolse l’ammirazione dei combattenti raccontando il rischio che aveva sfidato per rispettare le consuetudini della sua gente. Solo alla fine poté condividere la regalità del padre.

La leadership di Alboino emerge, quindi, nello scontro, nella guerra, ma nella sua società il valore fisico non era sufficiente: andava inserito in una tradizione simbolica di trasmissione del potere.

Il racconto di Paolo Diacono – che scrive la sua Historia langobardorum ormai alla fine della parabola politica del popolo, all’indomani della sottomissione da parte dei Franchi – colloca il riconoscimento del carisma di Alboino fra due banchetti, momenti di condivisione rituale del cibo, l’uno di festa e di celebrazione della vittoria, l’altro di superamento del lutto e di recupero di un’unità familiare e sociale: mangiare insieme è l’atto che lega fra loro i guerrieri, manifesta fiducia e lealtà, apre al futuro e alla ripresa della vita.

Altrettanto carica di ritualità è la consegna delle armi, che materializza la subalternità e l’accettazione di un vincolo di alleanza, in un contesto di rapporti familiari e militari basato sull’onestà fra i capi, dentro un codice comune di valori .

Alla morte di Audoin, di lì a poco, Alboino venne scelto con i voti di tutti gli uomini liberi perché “adatto alla guerra e valoroso in ogni azione”. Fu così emblematicamente definita la cifra del suo comando.

Eppure non basta ancora: occorrevano un consolidamento del suo ruolo e un ampliamento delle sue capacità. Fu così che il nuovo capo, “poiché il suo nome era famosissimo per le forti imprese” strinse un patto nuziale con il re dei franchi Clotario, sposandone la figlia Clotsuinda.

Quando si riaprirono nuove ostilità con i Gepidi, fu in grado di allearsi con gli Avari che ne occuparono le terre, in un insieme di movimenti di popolazioni che interessava l’Europa orientale e centrale, gli spazi germanici e vaste aree a ridosso dell’arco alpino, fra scontri cruenti, saccheggi, campagne abbandonate, carestie, assedi.

I Longobardi non dovevano essere numerosi: in un’occasione, secondo uno dei racconti delle origini, le donne si travestirono da uomini a ridosso del campo di battaglia usando i capelli come finte barbe; in altri casi liberarono prigionieri perché combattessero con loro in cambio della partecipazione al bottino.

Non erano un gruppo etnico omogeneo e, durante i loro spostamenti, aggregavano frammenti di altri popoli o gruppi di sbandati.

Il loro esercito funzionò come una sorta di magnete in movimento anche per altri popoli vicini o sottomessi. L’entità di questo processo di  etnogenesi aumentò dopo le vittorie sugli Eruli, sugli Unn, sui Rugi. Dopo la vittoria sui Gepidi intorno al 550, la massa dei guerrieri longobardi sotto il comando di Alboino era formata anche da Svevi, Alamanni, Sarmati, Bulgari. Era un’unità multietnica che trovava la propria coesione nella tradizione identitaria di un ceppo principale e nella forza del loro capo, in grado di federare gentes diverse e di rendere vivo un vincolo religioso, impersonato da Wotan, comune progenitore delle stirpi regali germaniche

Il potere del sovrano aveva una dimensione guerriera e un aspetto magico sacrale, ma era solo personale e poneva il popolo in balia dei suoi comportamenti e delle sue scelte.

Fra queste, la più importante per Alboino fu la decisione di mettersi alla guida di migliaia e migliaia di guerrieri, donne bambini, intere famiglie con mandrie e carri, che lasciarono la Pannonia per stanziarsi nella pianura padana e lungo la penisola. Vi sono legati la sua importanza nelle fonti e il rilievo che gli è stato attribuito nella storiografia italica, come fondatore di un’esperienza istituzionale nuova..

 

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